Attacco USA in Siria: armi chimiche? o si tratta di oro nero?

La notte del 14 aprile il Presidente degli USA Trump in cooperazione con le sue controparti francesi e britanniche, ha autorizzato nella notte un raid missilistico contro obiettivi associati al programma chimico del regime di Bashar Al Assad, in Siria.
Dal Pentagono confermano che nel raid è stato colpito un centro di ricerca scientifica a Damasco ed il deposito di armi chimiche di Him Shinshar situato a ovest di Homs che si ritiene fosse connesso alla produzione di Sarin. Missili da crociera hanno colpito anche una struttura di stoccaggio di armi chimiche ed un posto di comando vicino a Homs.

Un video ormai diffusissimo nella rete mostra il raid missilistico nella città di Damasco.

 

 

Sono profondamente turbato dall’attuale situazione mondiale, in cui, nonostante gli strumenti a disposizione della comunità internazionale, si fatica a concordare un’azione comune in favore della pace in Siria e in altre regioni del mondo. Mentre prego per la pace, e invito tutte le persone di buona volontà a continuare a fare altrettanto, mi appello nuovamente a tutti i responsabili politici, perché prevalgano la giustizia e la pace”. Lo ha detto il Papa al Regina Coeli.

Ma le cause del conflitto sono da attribuire ad armi chimiche o di petrolio?

Uno studio realizzato nel 2011, nel pieno della primavera araba, da una società di servizi petroliferi legata al governo francese e all’attuale amministrazione britannica, notava il significativo «potenziale idrocarburico» dei giacimenti offshore della Siria.

Lo studio fu pubblicato su GeoArabia, una rivista di settore pubblicata dalla società di consulenza del Bahrain GulfPetroLink, a sua volta sponsorizzata da alcune delle più grandi imprese petrolifere al mondo, tra cui Chevron, ExxonMobil, Saudi Aramco, Shell, Total e BP.
Lo studio, firmato da Steven A. Bowman, geoscienziato della compagnia energetica francese CGGVeritas, identifica «tre bacini sedimentari – Levante, Cipro e Laodicea – localizzati al largo delle coste siriane»

Questi sviluppi sul campo coincidono con l”installazione di avamposti dell’esercito e delle milizie filo-governative nelle aree vicino al fiume Eufrate, in particolare vicino alla città di Al Bukamal. Questa struttura, controllata dalle forze del governo e dalle milizie iraniane e di Hezbollah dall’ottobre 2017, è l’unico punto che collega la stazione T1 in Iraq con le stazioni T3, T4 e T5 all’interno del territorio siriano, attraverso le quali petrolio raggiunge la costa siriana. Un’area estremamente importante per gli interessi economici siriani (e non solo).

Le prove video pubblicate dal sito locale che mostrano due elicotteri Blackhawk degli Stati Uniti atterrare vicino ad Al Omar, indicano che la presenza degli Stati Uniti in quell’area così ricca di petrolio della provincia di Deir Ezzor, non pè destinata a diminuire. E sono in molti a credere che nella zona est della città di Mejadin, sarà costruita una nuova base della coalizione internazionale a guida Usa.

Insomma, c’è anche il petrolio in questa guerra. Non è certamente il motivo per cui è scoppiata, ma ne è parte integrante. Gli interessi sono tanti i gasdotti e gli oleodotti così come i pochi, ma ricchi, giacimenti di petrolio nel Paese diventano essenziali. D’altra parte, controllare questa produzione significa avere in mano le chiavi di una parte del futuro della Siria. Quantomeno a livello economico. Ed è utile capire che può avere la carta del petrolio nel suo mazzo quando si troverà a giocare al tavolo delle trattative sul dopoguerra.